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mercoledì 8 dicembre 2010

A working Class Hero

Purtroppo non ho vissuto neanche un giorno della mia vita contemporaneamente a John Lennon.
Sono nata circa tre anni dopo il suo assassinio, eppure sarebbe stato grandioso vivere “in diretta” la sua persona. I Beatles, la storia del pop, ma anche la sua relazione con Yoko Ono, le performance artistiche, le proteste contro la guerra del Vietnam, le poesie e la musica.

Trent’anni dopo “Imagine”, quanto ancora c’è da fare e da combattere.

Imagine there’s no Heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today
Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace
You may say that I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world
You may say that I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one

Il testo del brano viene solitamente lettoin chiave pacifista, ma lo stesso Lennon ammise che i contenuti del testo di Imagine la avvicinano più al “Manifesto del partito comunista” che a un inno alla pace. Lennon affermò che il brano era “anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettato solo perché è coperto di zucchero”.
Che dire di più


Per restare un ambito di pacifismo, che c’è di più rappresentativo di Give Peace a Chance?


La canzone fu scritta durante la celebre luna di miele Bed-In di Lennon e Yoko Ono: quando un giornalista chiese loro cosa pensassero di ottenere standosene a letto, Lennon rispose spontaneamente:
«All we are saying is give peace a chance» (Tutto quello che stiamo dicendo è date una possibilità alla pace); a Lennon la frase piacque e decise di imbastirci intorno una canzone.
Imagine e Give Peace A Chance sono due estremi di un universo musicale diviso tra poesia e messaggio civile, tra attivismo politico e arte.
Infine, ecco un altro testo in bilico tra poesia ed impegno sociale, meno diffuso forse, perchè più esplicito e forte: A WORKING CLASS HERO

As soon as you’re born they make you feel small
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be
They hurt you at home and they hit you at school
They hate you if you’re clever and they despise a fool
Till you’re so fucking crazy you can’t follow their rules
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be
When they’ve tortured and scared you for twenty odd years
Then they expect you to pick a career
When you can’t really function you’re so full of fear
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be
Keep you doped with religion and sex and TV
And you think you’re so clever and class less and free
But you’re still fucking peasants as far as I can see
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be
There’s room at the top they are telling you still
But first you must learn how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be
If you want to be a hero well just follow me
If you want to be a hero well just follow me



La canzone parla dell’insensibilità provocata dai condizionamenti sociali, affermando che in questa società solo il “conformarsi” è remunerativo. La libertà e una società non più divisa in classi sono miti concepiti allo scopo di oscurare la nostra fondamentale mancanza di controllo sulle nostre vite, mentre i media, la religione, la sessualità commercializzata e le droghe, legali e non, cospirano tutte allo stesso modo per smorzare il nostro desiderio di cambiamenti sociali.
La tesi di Lennon è che possiamo venire controllati con facilità perché permettiamo che alla nostra immaginazione vengano tarpate le ali.
Il titolo di “eroe della classe operaia” sarebbe stato applicato a John nel corso degli anni da parte dei fan, ma la sua intenzione originaria non era questa; dichiarò infatti di aver solo sperato che la canzone diventasse un “inno dei lavoratori”, e che piacesse quanto era piaciuta Give Peace a Chance. (cft. Wikipedia)



...Caro John, non sai quanto il mondo avrebbe bisogno ancora di te. R.I.P.☮&♥

“We use advertising. Everybody in this country uses advertising, including politicians, the Biafrans, the Vietnamese, everybody. I use advertising to promote what I think. And I think ‘peace’. So I promote it by using a technique called advertising…”
John Lennon, 1969
“You know, give peace a chance, not shoot people for peace. All we need is love. I believe it. It’s damn hard, but I absolutely believe it.
We’re not the first to say, ‘Imagine no countries’ or ‘Give Peace A Chance’, but we’re carrying that torch, like the Olympic torch, passing it from hand to hand, to each other, to each country, to each generation. That’s our job.”
John Lennon, 1980

mercoledì 1 dicembre 2010

Lynch musicista, Burton al MOMA e Monicelli sui libri di letteratura

Inizio questo mese di Dicembre, dedicando un post alle ultime sperimentazioni di alcuni tra i miei registi preferiti.

Primo genio creativo in questione è David Lynch, artista eclettico, già cimentatosi nella scrittura e nella pittura. Dopo l’indimenticabile serie televisiva Twin Peaks (ancora mi chiedo chi abbia ucciso Laura Palmer…), i film surrealisti (Velluto blu , Strade perdute, Mulholland Drive, tanto per citarne qualcuno), le opere pittoriche e scultoree in esposizione alla Triennale di Milano del 2007 con la mostra “The air is on fire”, è giunto il momento di sperimentare con la musica.

Il primo singolo lanciato sul mercato di I-Tunes da Lynch si chiama “Good Day Today”, ed anticipa l’album che sarà distribuito dall’etichetta inglese indipendente Sunday Best.

Commenta il regista: “In tutti i miei film, sono sempre stato molto coinvolto da ciò che si sente. La creazione di questo disco è una naturale estensione del mio amore del suono e della musica. Sono molto felice di essere con la Sunday Best per l’uscita di “Good Day Today” e “I know”. Questo sembra un buon partenariato – e non vedo l’ora che tutti abbiano un “Good Day Today”.

Ecco la canzone in questione:

Come nei suoi film anche qui emerge una forte componente surrealista, sequenze oniriche di vocoder e suoni elettronici estremamente suggestivi. A me personalmente ricorda i pezzi più “allegri” di Silent Shout dei Knife, del 2006. Vedermo il prossimo singolo se sarà convincente, intanto aspetto con più ansia il suo prossimo film!

Il secondo regista di cui voglio scrivere è Tim Burton. Le sue opere iniziali mi sono piaciute talmete tanto da indicarlo tra i miei preferiti in assoluto, ma da qualche film a questa parte, pare che anche Timothy si stia crogiolando sugli allori del successo, nonostante egli stesso dichiari:

« A Hollywood ci vado solo per lavorare, non vivo più a Los Angeles; la mondanità non mi piace, mi sento vicino ai miei personaggi, poco integrati e in conflitto con la società: anch’io tendo a interiorizzare tutto, sono chiuso, solitario e arrabbiato. »

E’ inutile dirvi come adoro i suoi film, in particolare Beetlejuice – Spiritello porcello, Batman, Edward mani di forbice e Big Fish…La fabbrica di cioccolato e poi il più recente Alice in the Wonderland, pur essendo degni di essere visti, personalmente non hanno soddifatto a pieno le mie aspettative. Forse perchè ne avevo molte a riguardo :)
Ma, lungi da me investire il ruolo di critico cinematografico e vengo a presentarvi il motivo per il quale l’ho inserito in questo post.

Tim Burton si sta dedicando ad un esperimento di arte partecipativa. Ha infatti invitato gli utenti di Twitter a scrivere una nuova storia con protagonista Stainboy, il personaggio dell’animazione in flash The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories.


Connettendosi al profilo Twitter di Cadavre Exquis, qualsiasi utente Twitter può aggiungere alla storia una sequenza, partendo dall’ultima stringa digitata. Ne sta nascendo quindi una grande storia di un autore collettivo, iniziata il 22 novembre e in corso di sviluppo fino al 6 dicembre. Per adesso nessuno sa se Burton utilizzerà veramente la sceneggiatura per realizzare un’animazione, infatti è piuttosto occupato per girare il nuovo film, "Dark Shadows" con Johnny Depp.
La simpatica operazione, più che altro serve da lancio per la grande retrospettiva che il Moma sta dedicando all’autore di Nightmare Before Christmas.
Infine torno in Italia, con un pensiero a Mario Monicelli.
Anche chi non conosce tutti i suoi film, deve (e sottolineo DEVE) sapere l’entità della Supercazzola.
Il termine è un neologismo che indica un nonsense, una frase priva di alcun senso logico, piena di parole inventate sul momento, usata per confondere colui al quale ci si rivolge, rendendolo ridicolo di fronte agli astanti.
L’origine del termine è il film Amici miei (1975), che racconta le vicende di un gruppo di amici burloni che si divertono a corbellare il prossimo e fare zingarate fuori porta. È soprattutto Ugo Tognazzi, nei panni del conte Raffaello Mascetti, a “usare” la supercazzola, investendo la vittima della burla con una raffica di parole incomprensibili, spesso condite con turpiloquio mascherato.
Ecco la scena d’esordio di questo mito:


Nonostante alcuni possano trovarla soltanto una trovata comica, essa ha degli illustri antecedenti storici.
Secondo Wikipedia, la prima testimonianza di questo paradigma espressivo risale, con tutta probabilità, al Boccaccio. Nel Decamerone (Terza Giornata, Novella Ottava) si legge:
“Disse allora Ferondo:
- O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?
- Ohioh! – disse il monaco – sevvi di lungi delle miglia più di ben la cacheremo.
- Gnaffe! cotesto è bene assai; – disse Ferondo”
e ancora (Ottava Giornata, Novella Terza):
“Disse allora Calandrino:
- Fostivi tu mai? A cui Maso rispose:
- Di’ tu se io vi fu’ mai? Sì, vi sono stato così una volta, come mille.
Disse allora Calandrino:
- E quante miglia ci ha?
Maso rispose:
- Haccene più di millanta, che tutta notte canta.”
In entrambi casi, lo scopo è, evidentemente, di confondere e gabbare il malcapitato interlocutore. Un’altra probabile fonte di ispirazione può essere ravvisata nella Disputa tra il Signor de’ Baciaculi e il Signor de’ Fiutapeti che compare nel Pantagruel[1], monumentale romanzo pubblicato nel 1532 da François Rabelais. La disputa consiste in due discorsi senza senso ma dalla forma tipica delle orazioni giuridiche, come pure la sentenza con cui viene risolta dal protagonista. L’episodio è gustosissimo nella traduzione di Augusto Frassineti. Nei suoi arditissimi sperimentalismi, Rabelais è forse alla fonte di molti altri arguti giochi con le parole.
Un antecedente storico più recente è nei Viaggi di Gulliver (Gulliver’s Travels, 1735) in cui l’autore, Jonathan Swift, per burlarsi dell’abuso dei termini marinareschi incomprensibili alla maggior parte dei lettori dei racconti di avventure, inserisce nel primo capitolo della seconda parte un’intera pagina di parole tratte dal linguaggio dei marinai e dei costruttori navali del tutto priva di significato per gran parte dei lettori.
Nell’opera Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart (1787, libretto di Lorenzo Da Ponte) il servo Leporello, imbarazzatissimo, deve rivelare a una delle vittime del suo padrone la realtà del suo agire di seduttore senza sentimenti, ed esordisce con: “Madama… veramente… in questo mondo / Conciòssiacosaquandofosseché… / Il quadro non è tondo…” (Atto Primo, Scena quinta).
Grazie Mario, e c’hai ragione, ci vorrebbe la Rivoluzione…con lo scappellamento a destra, come se fosse Antani. :D

mercoledì 24 novembre 2010

Bertallot suona Dalì

Ritorno all'"ordine caotico" con un post meno impegnato e che probabilmente riporterà i miei lettori ad una media di 50 click e non 375 come quelli raggiungi ieri. Ma la causa è importante e tentar non nuoce, quindi chi vuole darmi e darsi una mano, può andare a spulciare nell'archivio. ;)

Ricordiamo tutti la canzone "Discoteca labirinto" dei Subsonica? Era il 2000, io ero fan del gruppo torinese e l'album in questione era il fortunato "Microchip emozionale". Oggi, per quanto mi riguarda, ho cambiato un pò i miei gusti musicali, ma il pezzo mi è ritornato in mente per il video che lo accompagnava. Esso, come spiegato nell'introduzione,  si proponeva di offrire una sorta di versione "visiva" della musica, fruibile anche dalle persone con handicap uditivi, cosicché il brano si trasformava in una sorta di esperimento musicale.

Qualche giorno fa, su La Repubblica (ebbene si, ammetto che leggo i giornali, ma soprattutto online) ho trovato un esperimento altrettanto interessante che mi riguarda più da vicino perchè sfocia nell'ambito delle arti visive.
In occasione della mostra di Milano, a Palazzo Reale, Alessio Bertallot & co. hanno inventato un modo alternativo di proporre la mostra al pubblico della radio, sonorizzando una mostra d'arte che si potrà ascoltare sulla radio o visualizzare sul web.



Ecco per voi, alcuni link di video che meglio vi faranno percepire la magia delle parole che descrvono la magia dell'arte, purtroppo il contenuto non è visibile in canali non ufficiali, come ad esempio i blog...
Beccatevi i link: BERTALLOT SUONA DALì, PARTE PRIMA e BERTALLOT SUONA DALì, PARTE SECONDA                

La trasmissione di Alessio Bertallot va in onda, dal lunedì al venerdì, alle 22.30 su Radio2.
Buon ascolto!

martedì 12 ottobre 2010

10.10.10 | The Night Bus Late Show | Report.

Noi vogliamo una città europea.
Basta con gli stereotipi, pizzo e pizze. In nome di quest'esigenza, lo scorso sabato notte c'è stato un esperimento.

The night bus Late show, nasce dall'organizzazione ufficiosa di 14 concerti notturni durante le corse dei (+/- neonati) bus notturni napoletani.
Lasciare a casa la macchina e riappropriarci della città, socializzare, far festa, avere un comportamento eco-sostenibile e responsabile...queste alcune delle motivazioni principali che ci hanno portato a condividere quest'idea, per iniziare un processo di "normalizzazione" della nostra città, partendo da una banale corsa in autobus notturno.

Il progetto è stato condotto e coordinato da Enrico Russo, che si è occupato di coinvolgere i musicisti che vi hanno aderito attivamente, nonché di promuovere l’evento su Facebook.
Proprio perché si è trattato di un esperimento spontaneo (ma organizzato), non c’è stata alcuna promozione sui canali convenzionali di comunicazione, né c’è stato un accordo con l’ANM per lo svolgimento della cosa. Un unico grande happening musicale e aggregativo dislocato nella città. Anche per “testare” la fattibilità dell’affidabilità dei mezzi pubblici notturni, notoriamente poco efficienti. Come quelli diurni, of course.

La mia esperienza inizia con una grande corsa per la puntualità.
Ma alle 00.30 sono in piazza Vittoria, alla fermata dell’ N1, direzione via Partenope.
E’ la fermata su cui saliranno gli Atari, che accompagno per motivi “personali” da un po’ di tempo a questa parte. Ad attenderli - provo a stimare - quasi un centinaio di ragazzi, infreddoliti ma entusiasti della novità. Un'atmosfera da "notte bianca", che mi permette di valutare a priori positivamente la riuscita dell'esperimento. Il tempo scorre veloce, tra saluti e chiacchierate con amici vecchi e conoscenze nuove e non ci rendiamo conto che l’autobus tarda.
Il quarto d’ora di tolleranza è scaduto già da un pezzo e si avvertono le prime lamentele, nonché l’incredulità di chi ci aveva sperato. Anche a causa del freddo, qualcuno perde la pazienza e si allontana. Molti, i più, restano per portare a compimento l’esperimento. Ma intanto è passata quasi un’ora e dell’autobus non c’è traccia. Si vocifera che la corsa sia stata addirittura soppressa.

Per fortuna la proverbiale “arte di arrangiarsi” tutta napoletana, non ci fa perdere d’animo.
Gli Atari si posizionano sulla panca sotto la pensilina dell’autobus e partono con il live di tre brani realizzati in versione acustica con chitarra ed un toy piano: “If my brain was a program” (scaricabile in free download su http://www.weareatari.net), “Black Ink” e “White dreams”.
La musica è interrotta da applausi, risate, fotografie, birre, voglia di divertirsi.
E da questo punto di vista, non ci possiamo lamentare.
Il fatto che l’autobus non sia mai arrivato, sicuramente ci deve far riflettere.

Non posso fare a meno di pensare al sedicente Funiculì Funiculà di  “No grazie, il caffè mi rende nervoso”. Napule nun adda cagnà.